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La Voce del tempo

La Voce del Tempo è uno spettacolo scultoreo presentato al pubblico per la prima volta  l’11 novembre 2025 a Palazzo Boncompagni in 8 via del Monte, Bologna. Si tratta di un quasi monologo drammatico oppure di un monologo schizofrenico.

    La Sibilla Cumana, quella vittima del tempo, (interpretata da Greta Patrignani) ci condurrà lungo il cammino della storia a parlare con Cassandra e Dedalo in un viaggio a traverso i secoli e la mitologia. Crono unisce i personaggi di questo spettacolo. Il filo rosso è il tempo, autore di ogni supplizio.

    Nel caso di Cassandra, lei soffre una sovrapposizione dei tempi. È il futuro che invade il presente, lo prende ostaggio con la terribile visione del cavallo di Troia. Dedalo soffre invece una giustapposizione dei tempi: il passato felice con suo figlio e il contrasto col presente è un tormento. In quanto alla Sibilla, lei è dilatata, sparpagliata nella storia: sono tutti i tre, come siamo tutti noi, vittimi del tempo.

Trailers

Spettacolo completo

Sculture

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Il Crono Boncompagni
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Cassandra
Dedalo
La scultura parlante: poesia di pietra
–biografia di una idea

La Voce del Tempo é stato per me uno spazio dialettico che ha fatto coesistere due arti per loro natura opposte: la scultura e la poesia. La loro promessa di eternità è allo stesso tempo potente e fragile ma in modi diversi, anche contraddittori. La scultura ha la solidità della pietra—sembra che duri per sempre, ma esiste soltanto nella sua singolarità piena di aura. Un piccolo incidente è sufficiente per distruggerla. È un oggetto unico, capace di una sola biografia.

   La poesia, invece, quell’arte eterea che nasce e scompare col soffio della parola è molto più fugace, ma a volte più durevole. La maggior parte delle opere in bronzo dell’Antichità si è persa, è rimasta però per noi una citazione di Orazio: ‘exegi monumentum aere perennius’ (ho eretto un monumento più duraturo del bronzo). Parlava dei suoi poemi e aveva ragione.

    A differenza della riproduzione plastica che implica una degradazione di qualità e un’impossibilità di ripetizione esatta, la riproduzione poetica non soffre la perdita dell’aura. I versi si possono riprodurre senza compromettere la loro integrità, ogni copia è perfetta e ognuno la può portare nel cuore. È così che ci sopravvive; è un oggetto plurale capace di tante biografie diverse, mentre ogni opera scultorea ha veramente soltanto una vita.

   La coniugazione di questi due arti in un unico atto estetico ha alcuni precedenti che possiamo cogliere nella storia, dagli automi dell’antichità alla Congrega degli Arguti, le statue parlanti di Roma; dai sonetti scritti dalla prospettiva di statue nel periodo moderno alla pratica teatrale contemporanea. Direi comunque che la scultura parlante esiste già nel cuore stesso del teatro nel simbolo della maschera greca.

   Tuttavia, lo spettacolo scultoreo La Voce del Tempo mi pare unico in questo genere poiché è stato concepito come un’opera teatrale/poetica in cui la vera protagonista è la scenografia; in cui essa non è mera ambientazione ma nei fatti punto focale. La parola diventa scultura e a sua volta si fa parola tramite labbra di pietra.

    Altri artisti contemporanei hanno utilizzato la scultura a volte come scusa per dare un’ambientazione all’attore, la scultura diventava così scenografia pura; a quel punto potrebbe anche essere fatta di cartone. Questo è il risultato inevitabile quando l’autore è uno scrittore, drammaturgo oppure un attore ma mai uno scultore. La differenza, io trovo, è gigantesca. Bisogna essere poeta e scultore per creare un vero spettacolo scultoreo, per potere dare al mondo la poesia scultorea e la scultura poetica.

    Il desiderio di far parlare la scultura, di donarle la parola poiché quello forse le darà l’anima (e così la vita) è un anelito molto antico. Due miti cristallizzano questa attitudine all’agalmatofilia: Pigmalione e Protesilao. Il desiderio sessuale è infatti un desiderio di vita e questo è forse un qualcosa che ogni scultore sente profondamente.

    Praticamente dal primo giorno della mia carriera scultorea, ho avuto il desiderio di unire la letteratura alla plastica. Così già dal 2021 facevo ‘parlare’ le mie sculture; loro parlavano sempre in versi tramite sonetti che scrivevo dal loro punto di vista. Così hanno parlato i miei Prometeo, Atlas, Dafne, Odisseo e tanti altri. Recitavano le mie poesie, sia in video con un voice over, sia, come è successo alla mia Proserpina presentata all’Institut National d’Histoire de l’Art di Parigi nel gennaio 2024, con un altoparlante nascosto al suo interno. In questo contesto è nato il mio libro Word to Form, un raccolto di scultura poetica, di poesie scultorie, pubblicato a Bologna il 19 aprile 2023. Tutti questi testi in italiano si sono trovati fusi nella Voce del Tempo di un modo o in un altro. 

    Nei miei viaggi europei, ho anche scritto tanti sonetti in situ parlando con o dalla prospettiva di diverse sculture di altri artisti. Uno dei primi è stato Sonetto e Psiche, scritto nel 2017 molti anni prima di diventare scultore, che avevo dedicato al Psiche e Amore di Canova al Louvre.

 

In vain you tried to melt into your lover,

O, lovely maid who dared the light to kindle;

Did you not know that one is not another?

That self by adding self can only dwindle?

You tried to know, and that can never be,

For man forever crawleth in the dark,

And when the light you lit, he had to flee,

Alone now forced, you spent the restless night.

Man cannot know of Love th’Eternal Form.

He must guess it always, and desire

With eyelids ever open in the storm,

To catch a glimpse of its Eonian fire.

And when the flask of Hades took your breath

You learnt that godlike Beauty means but death.

 

 

La mia prima antologia di poesia, Sonnets to the Eternal Feminine, raggruppava cinque altri poemi di questa natura e.g. alla Diana di Versailles, alla Vittoria Alata di Samotracia, al Dioniso del Partenone e alla Venere di Milo. Tuttavia, solo nel 2022 ho scritto il primo sonetto dalla prospettiva di una mia opera scultorea: Vittoria Pirrica. Qui ho recitato la poesia come voiceover montato su di un video dell’opera. Poco tempo dopo è nato il mio primo sonetto in apostrofe a una delle mie sculture: Atlas.

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Facevo questi esercizi poetici senza riflettere sulla loro originalità o storia. Comunque, quando è venuto il momento di difendere la mia arte e il mio diritto a queste idee, mi sono reso conto che la mia pratica si inserisce in una lunga tradizione poetica e scultorea che appartiene alla storia umana. Il fatto di averla riproposta senza conoscerla è la prova della sua vitalità nel cuore umano. Sapevo che Michelangelo scriveva poesie ma è stato con un vero senso di meraviglia che ho scoperto che il Divino aveva scritto sonetti per la scultura come me. Il poema 275, per esempio è la voce di un blocco di marmo che diventerà un’opera artistica e dice:

 

ascoso e circunscritto d’un gran sasso,

discesi a discoprirmi in questo basso,

contr’a mie voglia, in tal lapedicina.

 

 

     Un altro frammento (il 247) è interessante ai nostri propositi. Si tratta di una risposta di Michelangelo a una nota quartina di elogio di Giovanni di Carlo Strozzi dove il poeta chiedeva alla Notte di svegliarsi. Michelangelo rispose con le labbra di marmo della sua opera:

 

Caro m’è ’l sonno, e più l’esser di sasso,

mentre che ’l danno e la vergogna dura;

non veder, non sentir m’è gran ventura;

però non mi destar, deh, parla basso.

 

 

     Nell’aprile di 2023, quando visitavo per la prima volta la sagrestia nuova nella chiesa di San Lorenzo a Firenze il mio istinto mi ha portato a comporre un sonetto (alcuni versi del quale sono finiti ne La Voce del Tempo). A quel punto ero all’oscuro della tradizione letteraria che si era sviluppata sotto lo sguardo delle sculture di Michelangelo ma la mia ignoranza non mi ha impedito di contribuire ad accrescerla. Questa volta ho pubblicato il testo in un video-poema con lo sfondo musicale della mia interpretazione del Notturno Op. 9 no. 1 di Chopin.

     In questo caso è stato il gruppo scultoreo stesso a suggerire i contenuti e la struttura del poema. I versi ‘Tutto uomo allora è incastrato / Tra la Notte Eterna e il suo Giorno’ sono esattamente un calco della composizione plastica di Michelangelo che mostra il ritratto mediceo incastrato tra i due confini della vita umana, aurora e crepuscolo, nascita e morte.

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Il giorno si è svegliato con l’Aurora,

Nasce il sole e brilla un bel momento.

Ogni volta c’è un rinascimento

Che subito il Crepuscolo divora.

Tutto uomo allora è incastrato

Tra la Notte Eterna e il suo Giorno,

Che vissuto non li da ritorno.

Perché nasce lui sarà distrutto.

Questo non è tutto, a volte penso,

È abbastanza vedere il sole,

Anche se il ricordo ci fa male,

Quando nell’abisso senza senso.

Non sei morto ancora, sei mortale,

E bisogna perseguir l’ideale.

 

–7 aprile MMXXIII

Sagrestia nuova, San Lorenzo, Firenze

Di fronte a L’Aurora e il Crepuscolo di Michelangelo

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     Io facevo pratica in questo esercizio poetico ogni volta che trovavo una scultura che mi colpiva particolarmente. Strano che così partecipavo senza saperlo alla stessa tradizione che seguiva Castiglione col suo poema, tradotto da Pope all’inglese tanti anni dopo, sulla scultura di Cleopatra (Arianna abbandonata) che Papa Leone X aveva reso una fontana.

In quegli anni io vivevo la poesia come un medium per sperimentare la vita e uscivo ogni giorno col mio cahier de voyage per scrivere sonetti in situ. Ogni tanto dialogavano con il paesaggio, ma nei miei multipli viaggi in Italia e Francia in diversi poli artistici, spesso mi sedevo vicino a sculture che trovavo stimolanti per comporre poesia.

    Certo, facevo la stessa cosa a volte con i dipinti, ma mentre lì i poemi erano più atmosferici o come nel mio poema sulla Predella detta Gattamelata di Bellini, più sulla biografia del pittore e sulla sua opera; i miei versi consacrati alla scultura esprimevano invece l’incarnazione dei miti e personaggi in prima persona. Così ho scritto un poema col Genio della Vittoria di Michelangelo come soggetto, un Sonetto sul Compiano sul Cristo Morto di Niccolò dell'Arca, la Gigantomachia di Giulio Romano al Palazzo Te, La Fontaine Médicis al Jardin du Luxembourg, Le Monument à Victor Hugo di Rodin, Le Masque di Ernest Christophe e Eve avant et après le péché di Eugene Delaplanche, un poema che (cosa stranissima per la poesia) è arrivato a più di un milione di visualizzazioni.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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     È stato in questo contesto poetico e artistico della mia carriera che, tramite l’aiuto della Professoressa Sonia Cavicchioli dell’Università di Bologna, ho potuto donare la mia opera Cassandra alla Fondazione Palazzo Boncompagni. Già dal primo momento di questo progetto avevo pensato di leggere al pubblico il sonetto che avevo scritto dalla sua prospettiva. L’evento però non si prestava ancora a una presentazione della mia poetica e quindi mi sono accontentato di farne un video in cui la mia Cassandra parlava con un voice over narrato da una cara amica, Alice Berizzi.

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Cassandra

 

Il futuro viene dal domani,

Ma lo vedo ora, l’ho in testa;

L’avvenire orrori manifesta

Sempre con fantasmi quotidiani,

Come si dimentica il futuro,

Ciò che deve occorrere ancora,

Se il passato sempre ci divora?

Immagino un inganno amaro, scuro,

Porto allora in me un dolore strano,

Viene dal domani che mi sembra

Tanto reale, mentre l’ora è ombra;

La mia vita è diventata sogno,

Ben’ vorrei strapparmi questo sguardo

Che mi dà l’adesso ma in ritardo.

 

–18 settembre MMXXIII

166Bis Rue de la Roquette, Paris

 

 

    La presentazione di Dedalo l’anno dopo non mi ha permesso un’esplorazione poetica poiché è stata affidata a un collettivo teatrale che ha presentato una sua opera sulla mia Cassandra. L’idea originale era di farne due eventi diversi, ma sfortunatamente ci siamo fusi.

Il nostro litigo poi è stato necessario per allontanarci. Non nego che il loro lavoro sulla Cassandra (anche se io lavoravo già da molti anni in quella direzione) mi abbia inspirato ma a fare qualcosa di diverso: una vera opera teatrale scultorea invece di un’opera teatrale che prendesse la scultura come una scusa per il narcisismo dell’attore. 

   Di conseguenza, il 28 settembre, dopo aver appena presentato Dedalo a Palazzo Boncompagni, pensavo già a cosa si sarebbe dovuto fare l’anno successivo e mi sono messo a lavorare su Crono. Il mio desiderio di fare conoscere la mia poesia al pubblico era gigantesco. Avevo bisogno però di un dispositivo narratologico che legasse insieme tutti i personaggi scultorei: Cassandra, Dedalo e Crono. L’idea di fare un viaggio nell’oltretomba condotto da un cicerone mi è sorta come un fulmine e risale evidentemente alla tradizione classica e a Dante; la scelta della Sibilla per questo ruolo è un eco di Virgilio che le fa fare la guida di Enea quando lui discende agli inferi.

   Avevo in mente questa idea e niente di più. Che il testo dovesse essere scritto in italiano è chiarissimo per me ora; tuttavia, ho composto i primi versi in inglese, forse per chiarire le mie idee in modo più efficiente. In verità, non ricordo la ragione dietro questa prima scelta linguistica. Mi è chiaro tuttavia che per scriverlo sono andato in Villa Mazzacorati con una penna e un libretto e ho scritto il primo sonetto con cui si apre il testo. Le zanzare mi assediavano ma l’adrenalina di evitarle forse mi ha aiutato a donare un senso di movimento al testo. Quell’autunno è stato particolarmente freddo. Sono arrivato a casa e mi sono messo a tradurre il testo in italiano.

 

Sybil

 

From the Cumean depths across the dark

I through the Stygian shores in silence

Must drag these memories of deeds of violence

That on the minds of men have left their mark.

I asked the gift of time and what a curse,

To course throughout the centuries remembering

While others even now are slumbering

And have at last to rest put up their force.

‘Twas not for me; my fate is to endure

The memory of all that was to happen,

The myriad deeds, the thousand acts misshapen

That man towards the abyss deadly lure.

This strange biography of humankind

Has wrecked my body and destroyed my mind.

 

–28 September MMXXIV

Bologna

 

 

     Avevo fin dall’inizio pensato a Greta Patrignani per il ruolo della Sibilla; non c’era nessuno di migliore, con un’aria classica e contemporanea allo stesso tempo. Occhi azzurri e cappelli rossi, una bellezza di fiamma nel buio della storia. Se mai ho pensato di utilizzare un attore professionista, la mia esperienza col collettivo che ha lavorato con la Cassandra mi ha rivelato che non vorrei avere a che fare con quel tipo di attività. Gli attori sono mostri e il miglior modo di rinunciare alla mia visione artistica sarebbe stato quello di assumerne uno. Nel processo di scrittura e prove, ho capito che non volevo fare teatro contemporaneo, infatti non volevo fare teatro in generale, ma poesia, forse un teatro di parola, un genere assolutamente scomparso nella pratica contemporanea. Greta, una studentessa di lettere moderne con una passione per l’antico, era l’unica scelta possibile. Fortunatamente lei ha anche intrapreso l’edizione del testo e il 10 ottobre 2024, dopo una mattinata di pioggia imprevista, ci siamo messi al lavoro al Complesso di Santa Cristina di Bologna.

    La letteratura esiste al di sopra di ogni lingua, ma è la lingua che le permette di manifestarsi nel mondo. Come spiegare la storia culturale del mio testo? È il figlio dell’amore di Europa. Il verso non è italiano, non obbedisce alle regole della metrica italiana. Ma nella sua origine è profondamente italiano. La mia esperienza prosodica, nel corso degli ultimi dieci anni ha avuto luogo in inglese, lingua anglosassone e latina, che si rompe in piedi. La struttura giambica fa talmente parte di me che a volte i miei pensieri si manifestano in versi.

    Comunque, il mio modo di scrivere sonetti segue la tradizione rinascimentale inglese, che ha tradotto i sonetti italiani di Petrarca attraverso la piuma di Sir Thomas Wyatt. L’influenza più grande per me sono state le traduzioni in verso eroico dei classici greco-romani, con particolare enfasi sulle Metamorfosi di Ovidio tradotte da Sir John Dryden, Alexander Pope, Joseph Addison, William Congreve, Sir Samuel Garth et al. Tutto questo per dire che se la mia poesia è inglese in italiano, la tradizione della quale risale era all’origine italiana in inglese.

     Concludo con una riflessione sul soggetto della mia arte. I miti sono fondamentali per la mia pratica, sia plastica che letteraria. Mi chiederete, perché? Perché i miti? La risposta è chiara. Perché i miti sono la manifestazione più concreta di quel destino terribile che ha l’uomo e nessun altro. Ma in questo destino terribile, il mito ci si presenta in poesia: una poesia che forse ci salva dalla nostra condizione umana. Così tutte le metamorfosi di Ovidio sono soltanto le maschere di una vera metamorfosi: quella della morte.

E dove è allora la poesia?

     Nel fatto che nella metamorfosi si trova la speranza ma anche la fine di ogni esperienza; la ricompensa e la punizione. Gli Dèi donano la metamorfosi ai mortali per entrambi motivi, per punirli e ricompensarli; a volte è difficile capire quale delle due. Così Daphne si salva dal ratto di Apollo anche se condannandosi; muore però coronata d’alloro. La metamorfosi è necessaria per noi tutti, nella vita e nella morte, e ciò che la rende possibile ma anche obbligata è il tempo.

    È grazie a questo che Crono unisce i personaggi di questo spettacolo. Il filo rosso è il tempo, autore di ogni nostro supplizio.

 

Ian Charles Lepine

3 gennaio MMXXVI

Parigi

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